Il diritto all’oblio – Le dispiacerebbe cancellare i miei dati?

Quando gli interessati si oppongono al trattamento dei propri dati personali, possono rivendicare il diritto alla cancellazione, noto anche come diritto all’oblio. In questo articolo presento un caso pratico che descrive la gestione dei reclami davanti al Garante per la protezione dei dati personali.

cancellazione dei dati dal web

Uno dei tanti obiettivi del GDPR è quello di fornire alle organizzazioni delle linee guida per il trattamento dei dati personali che tengano nella massima considerazione la privacy degli interessati. Inoltre, il Regolamento UE 2016/679 identifica esplicitamente una serie di diritti in favore degli interessati i cui dati sono oggetto di trattamento. Uno di questi è il cosiddetto “diritto all’oblio“, noto anche come diritto alla cancellazione.

L’articolo 17 del GDPR elenca diversi motivi in presenza dei quali gli interessati possono pretendere dal titolare la cancellazione dei propri dati. È possibile, ad esempio, che i dati debbano essere cancellati perché non sono più necessari rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti o altrimenti trattati. Gli interessati possono inoltre revocare il consenso precedentemente prestato o opporsi al trattamento dei propri dati personali. Altri motivi specificati nell’articolo 17 del GDPR includono la scadenza di un periodo di conservazione prescritto dalla legge, la raccolta di dati personali relativi a persone di età inferiore a 16 anni e il trattamento illecito di dati personali.

Questo non significa che una richiesta di cancellazione dei dati andrà sempre a buon fine. Il GDPR menziona anche diverse condizioni che invece impediscono la cancellazione dei dati, generalmente si tratta di situazioni in cui i dati sono trattati per adempiere un obbligo legale o per l’esecuzione di un compito svolto nell’interesse pubblico. È anche possibile che il requisito della cancellazione dei dati non si applichi perché, in una data situazione, il diritto fondamentale alla libertà di espressione prevale rispetto ad altre considerazioni.

Adesso esamineremo un recente provvedimento dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali per comprendere come quest’ultima gestisce le richieste di cancellazione dei dati.

Provvedimento del 21 aprile 2021 n. 

Di recente, Il Garante per la protezione dei dati personali si è pronunciato a favore di una richiesta di cancellazione dei dati dagli indici di ricerca di Google. La richiesta concerneva la rimozione di risultati di ricerca in associazione al nome e cognome dell’interessato di 4 URL rinvianti ad un post anonimo pubblicato su un profilo Facebook, nel quale l’interessato veniva accusato di essere il responsabile di una serie di iniziative truffaldine.

Nel reclamo presentato dinnanzi al Garante, il reclamante asserisce che:

  1. I link rimandano ad informazioni da considerarsi al contempo false (data l’estraneità dell’interessato ad ogni procedimento penale) e prive di interesse pubblico;
  2. I dati pubblicati sono obsoleti, ma anche inesatti e pertanto andavano “adottate tutte le misure ragionevoli per cancellare o rettificare tempestivamente i dati inesatti rispetto alle finalità per le quali sono trattati”;
  3. Quando le informazioni sono pubblicate da utenti anonimi con l’intento di avviare discussioni offensive e calunniatrici deve prevalere il diritto fondamentale del privato cittadino alla propria immagine e reputazione;
  4. Non sussiste alcun interesse pubblico a conoscere informazioni false né a maggior ragione è giustificabile che Google lasci indicizzate queste discussioni nelle ricerche correlate al nominativo dell’interessato.
  5. I contenuti di cui si chiede la deindicizzazione sono infondati, erronei, obsoleti e non più rispondenti alla realtà dei fatti.

Il Garante per la protezione dei dati personali accoglieva la richiesta del reclamante e ordinava a Google la deindicizzazione dei link, rilevando come:

  • secondo le Linee Guida adottate il 26 novembre 2014 va garantita, in linea generale, “la deindicizzazione di informazioni ragionevolmente non attuali e che siano divenute inesatte poiché obsolete”;
  • va vista “con favore la deindicizzazione di risultati concernenti reati relativamente minori commessi in periodi molto risalenti”;
  • il post anonimo pubblicato su Facebook contiene una serie di notizie risalenti a fatti relativi al 2013 e ad anni anteriori;
  • le informazioni risultano non aggiornate e ormai obsolete

 

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