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Diritto all’oblio e deindicizzazione

Il diritto all’oblio ha visto uno sviluppo relativamente recente nell’ambito della normativa sulla protezione dei dati personali. Nel 2014 la Corte di giustizia dell’Unione europea (“CGUE”) ha stabilito che i gestori dei motori di ricerca sono obbligati a rimuovere i link che compaiono nei risultati di ricerca e che risultino da una ricerca nominativa di una persona, se tali risultati sono “inadeguati, irrilevanti o eccessivi” in relazione alle finalità iniziali della pubblicazione.

Si è scoperto che i motori di ricerca sono di fatto i guardiani indiscussi delle informazioni che circolano in rete, con la capacità di aumentare significativamente l’esposizione di una persona molto al di là di ciò che i singoli siti web che pubblicano le informazioni potrebbero fare. Per questo motivo, la Corte di Giustizia ha concluso che i motori di ricerca possono incidere in modo significativo sui diritti fondamentali alla privacy e alla protezione dei dati sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La sentenza Google Spain, dicevo, è fondamentale perché ha portato ad un cambiamento straordinario: qualsiasi individuo può richiedere ai gestori dei motori di ricerca la rimozione dei risultati di ricerca. Un mese dopo la sentenza sono state presentate circa 100.000 richieste di diritto all’oblio e deindicizzazione dei dati personali; ad oggi, Google ha ricevuto oltre un milione di richieste di deindicizzazione per un totale di quattro milioni e mezzo di link.

Il diritto all’oblio è stato ulteriormente rafforzato dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (UE) 2016/679 (“GDPR”), che ora include un diritto distinto alla cancellazione all’articolo 17. È importante notare che il diritto all’oblio comprende infatti sia il ​​diritto alla cancellazione che il diritto alla rimozione dai risultati di ricerca. Il primo si applica a qualsiasi titolare del trattamento di dati personali, nei cui confronti in determinate circostanze può essere richiesta la cancellazione dei propri dati. Si tratta di un diritto non limitato soltanto ai motori di ricerca. Gli individui possono richiedere che qualsiasi organizzazione, e in determinate circostanze anche individui, cancelli i propri dati personali. Il diritto alla cancellazione si applica ai gestori dei motori di ricerca, che non sono in grado di eliminare le informazioni stesse, ma possono garantire che la fonte della notizia non appaia nei risultati del proprio motore di ricerca quando viene effettuata una ricerca a partire dal nome della persona.

Dopo la sentenza Google Spain ci sono state una serie di importanti ulteriori decisioni della CGUE che hanno chiarito l’ambito di applicazione del diritto all’oblio. La prima è stata GC e altri/Commissione nazionale dell’informazione e delle libertà (in prosieguo: la «CNIL») C-136/17, che ha considerato la liceità del trattamento di dati sensibili da parte del gestore di un motore di ricerca. La seconda è stata Google LLC/CNIL C -507/17, che ha determinato la portata territoriale del diritto all’oblio. Queste sentenze hanno stabilito che:

  • Gli operatori dei motori di ricerca, una volta ricevuta una richiesta di cancellazione di dati sensibili (o ‘dati particolari’ secondo il GDPR), devono valutare se la continua disponibilità tramite un motore di ricerca sia strettamente necessaria per il diritto alla libertà di informazione ai sensi dell’articolo 11 del Carta dei diritti fondamentali dell’UE; e,
  • Il diritto all’oblio non va oltre i confini dell’Unione Europea. Google non è obbligata, una volta ricevuta una richiesta valida di rimozione di un risultato da una delle sue estensioni di dominio europee (es. .co.uk. o .fr), ad estendere la rimozione a domini non europei come google.com nel Stati Uniti.

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